Nel rispondere alla
crisi degli abusi sessuali commessi dai preti, papa Benedetto
XVI ''e' un ottimo timoniere'' e ''ha una leadership
indiscussa e apprezzata da tutti'': lo ha detto, in
un'intervista alla Radio Vaticana, mons. Charles Scicluna,
promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina
della Fede. Il 'pubblico ministero' vaticano nei casi di
pedofilia dei chierici ammette ''il Vaticano e' fatto di
persone ed evidentemente siamo tutti su un cammino di
conversione, ma se vogliamo dire dove va la 'barca di
Pietro', bisogna guardare chi la guida'', cioe' al papa. Per
mons. Scicluna, la volonta' di risolvere le cause della crisi
e' ''chiara''.
Il presule ha partecipato in questi giorni ad un incontro
in Inghilterra in cui si e' affermata la ''volonta' di
purificare l'autorita' - che e' un servizio - da ogni tipo di
abuso''.
''Questo vuol dire - ha spiegato - una
'corresponsabilizzazione' non solo del laicato, ma dei
teologi, che all'insegna di una realta' veramente ecclesiale
cercano di dare risposte alle conseguenze dell'abuso di
potere - parliamo anche dell'abuso sessuale di minori, per
esempio - che sono una piaga nella Chiesa''. ''Secondo me -
ha concluso Scicluna - questa e' una via maestra perche' la
Chiesa possa crescere in quella che Benedetto XVI giustamente
chiama volonta' di purificazione ed essere testimone piu'
efficace del Vangelo''.
Questo blog nasce con l'intento di creare una rete sociale di collaborazione tra gente che pur non conoscendosi lotta, si indigna e protesta per evitare la violenza, la pedofilia. Ognuno può dire la sua.. uniamoci! :) grazie
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giovedì 6 settembre 2012
mercoledì 29 agosto 2012
MINACCE A LYDIA CACHO, GIORNALISTA CONTRO LO SFRUTTAMENTO DELLE DONNE
Sono anni che Cacho subisce la violenza dei potenti per non aver avuto paura di denunciare una fitta rete di sfruttamento della prostituzione minorile e la tratta di esseri umani in Messico ad opera di imprenditori e politici (per approfondimenti Lydia Cacho, Memorie di un'infamia, ed. Fandango, 2011).
Lydia Cacho è una donna coraggiosa che ha saputo creare, con l'aiuto di molte persone altrettanto valorose, una rete a sostegno delle donne e ragazze vittime dello sfruttamento sessuale. Cacho è un esempio di altruismo e di impegno e, come già successo per Rossella Urru, suscita profonda ammirazione per la grande umanità che l'ha spinta al sacrificio personale, in nome di valori improcrastinabili.
Se, come si legge nei suoi libri, spesso le istituzioni messicane hanno insabbiato il suo lavoro e le sue indagini (arrivando addirittura ad arrestarla) al contrario colleghi, operatori del sociale, avvocati e persone comuni hanno saputo sostenere l'impagabile volontà e forza d'animo della scrittrice.
I valori da lei difesi, a rischio della vita, sono stati quindi assunti da una comunità priva di potere politico, ma detentrice di un potere di comunicare con le persone che ha fatto vacillare il silenzio imposto dalle autorità messicane. Lydia Cacho e i colleghi CIAM di Cancún (organizzazione senza scopo di lucro che promuove i diritti umani, l'uguaglianza e si adopera per sradicare tutte le forme di violenza di genere) hanno avuto la capacità e la tenacia di attirare l'attenzione e scatenare una notevole eco su vicende che i media ufficiali, per ragioni a volte impronunciabili, stentano a diffondere.
Possiamo noi aiutare oggi Lydia di Cacho, ripagandola in qualche modo del suo impegno? Se per Rossella Urru la rete ha avuto il merito di diffondere informazioni sul suo rapimento, per Lydia Cacho potrebbe arrivare a obbligare i media a parlarne e, conseguentemente, le istituzioni internazionali a impegnarsi nella difesa del sacrosanto diritto di una cittadina onesta di poter vivere nel proprio paese, perseguendo, una volta per tutte, i responsabili del calvario che Cacho subisce da anni, soprattutto da quando, nel 2005, ha pubblicato il libro I demoni dell'Eden.
Ho da poco proposto su Twitter di diffondere l'hashtag #LydiaCacho per pubblicare le notizie riguardanti l'esilio forzato della giornalista. Non servirà a molto, è ovvio, ma se ognuno di noi pubblicasse solo poche parole al giorno delle denunce fatte dalla giornalista, forse il silenzio imposto dalle autorità messicane potrebbe essere finalmente rotto.
E io comincio da qui: "Possono cancellarmi dai media, possono anche eliminarmi fisicamente. Quel che mai potranno negare è l'esistenza di questa storia, eliminandola mia voce e le mie parole. Finché sarò viva continuerò a scrivere, e finché scriverò continuerò a essere viva". (da Memorie di un'infamia, pag 258).
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giovedì 16 agosto 2012
Le donne rompono il silenzio quando sono coinvolti i figli
Il 100 per cento delle madri che in casa subiscono violenza
sta zitto per difendere l’unità familiare.
Ma quasi tutte (il 97 per cento), se ad andarci di mezzo sono anche i figli, rompono il silenzio. A dirlo è un’indagine europea, Daphne III, condotta parallelamente in Italia, a Cipro, in Romania e in Slovacchia per scoprire quali sono le conseguenze su bambini e ragazzi della violenza sulle madri. Stando agli ultimi dati Istat, nel 62,4 per cento dei casi i figli assistono alla violenza domestica e quasi la metà di essi ha meno di 11 anni, secondo Daphne III.
Il danno è permanente: se l’episodio avviene prima dei 15 anni, può portarli a non desiderare né una famiglia né una relazione propria per paura di ripetere il comportamento di cui sono stati testimoni. Aggressività verso i genitori e i pari, bullismo, scarsa autostima sono solo alcune delle conseguenze più diffuse tra i figli di madri vittime di violenza, che, nel 100 per cento dei casi, inizia con una minaccia verbale. E non si ferma alle parole: il 79 per cento delle intervistate ha uno o più referti del Pronto soccorso.
Tra i pretesti che danno il via all’escalation, futili motivi, “stati emotivi dell’uomo definiti come egocentrismo e gelosia”, separazione, gravidanza non desiderata, gestione familiare e successo professionale della donna. Le testimonianze italiane, raccolte grazie ai verbali anonimi forniti dalla Polizia soprattutto nel Sud Italia e nelle isole, riguardano donne che hanno subito violenza tra i 16 e i 60 anni, con figli fino a 27. “Sono quelle che hanno rotto il silenzio, perciò riconoscono la violenza e l’hanno narrata e ben definita in ogni sua manifestazione” spiega Sandra Chistolini, responsabile del progetto Daphne III per l’Università Roma Tre. Ilfattoquotidiano.it l’ha intervistata.
Sandra, il silenzio che accompagna la violenza domestica è una peculiarità tutta italiana o è riscontrabile anche negli altri Paesi oggetto dell’indagine?E’ presente in tutti i Paesi che abbiamo analizzato. Le ragioni sono culturali, religiose, valoriali. La letteratura scientifica documenta ampiamente il dato anche per altri Paesi come quelli del Nord America. Tra i motivi del silenzio delle donne, oltre al voler proteggere la famiglia vi è anche la paura di rimanere senza partner, nonché la speranza che questo sia pentito della violenza e possa non farne più uso.
La distribuzione geografica della ricerca è casuale o al Sud ci sono più casi di violenza (o più casi di violenza denunciati) in seno alle famiglie?Sono state riscontrate molte difficoltà a raccogliere i verbali, per questo abbiamo accettato quello che è stato fornito senza poter procedere a un campionamento proporzionale per ripartizione geografica.
La persona che esercita violenza è sempre il partner o anche altro parente?In alcuni casi sono altri familiari. Emerge comunque il ciclo ripetitivo della violenza: il carnefice e la vittima sono stati a loro volta oggetto di violenza nella famiglia di origine, dove hanno appreso il ruolo di colui che aggredisce e di colei che subisce sin da piccoli, senza sperimentare un’alternativa valida che rompesse la dinamica.
Pensa che sia in atto, o sia possibile, un cambiamento culturale nella società italiana?Il cambiamento è possibile ed è in atto sia a livello di sensibilizzazione dei mass media, sia nella coscienza delle donne.
Le istituzioni hanno coscienza di quanto sia grave e diffuso questo fenomeno?Le istituzioni (polizia, carabinieri, ospedali, scuola, centri anti-violenza, associazioni, parrocchie, vicinato, università) talvolta sono lente, disattente, passive, e come prima reazione in genere si tende a non prestare fiducia a quello che la donna racconta o a sminuirne la portata.
Quali sono i comportamenti violenti perpetrati abitualmente a livello psicologico, sociale, economico, che la maggior parte di noi donne italiane non riconosce come tale?Le violenze verbali e psicologiche sono le prime a comparire e sono anche quelle più nascoste. Infatti solo i referti medici che mostrano la violenza fisica fanno iniziare di fatto l’iter della difesa giuridica della donna. Poi arrivano lo stalking e la privazione economica. La violenza sociale, che emerge chiaramente in tutte le narrazioni delle donne, si manifesta nell’isolamento della famiglia e nella difficoltà dei minori testimoni di violenza a stabilire relazioni con i pari. Il danno al minore, di cui la nostra ricerca Daphne III si è occupata, è ancora tutto da esplorare.
Ma quasi tutte (il 97 per cento), se ad andarci di mezzo sono anche i figli, rompono il silenzio. A dirlo è un’indagine europea, Daphne III, condotta parallelamente in Italia, a Cipro, in Romania e in Slovacchia per scoprire quali sono le conseguenze su bambini e ragazzi della violenza sulle madri. Stando agli ultimi dati Istat, nel 62,4 per cento dei casi i figli assistono alla violenza domestica e quasi la metà di essi ha meno di 11 anni, secondo Daphne III.
Il danno è permanente: se l’episodio avviene prima dei 15 anni, può portarli a non desiderare né una famiglia né una relazione propria per paura di ripetere il comportamento di cui sono stati testimoni. Aggressività verso i genitori e i pari, bullismo, scarsa autostima sono solo alcune delle conseguenze più diffuse tra i figli di madri vittime di violenza, che, nel 100 per cento dei casi, inizia con una minaccia verbale. E non si ferma alle parole: il 79 per cento delle intervistate ha uno o più referti del Pronto soccorso.
Tra i pretesti che danno il via all’escalation, futili motivi, “stati emotivi dell’uomo definiti come egocentrismo e gelosia”, separazione, gravidanza non desiderata, gestione familiare e successo professionale della donna. Le testimonianze italiane, raccolte grazie ai verbali anonimi forniti dalla Polizia soprattutto nel Sud Italia e nelle isole, riguardano donne che hanno subito violenza tra i 16 e i 60 anni, con figli fino a 27. “Sono quelle che hanno rotto il silenzio, perciò riconoscono la violenza e l’hanno narrata e ben definita in ogni sua manifestazione” spiega Sandra Chistolini, responsabile del progetto Daphne III per l’Università Roma Tre. Ilfattoquotidiano.it l’ha intervistata.
Sandra, il silenzio che accompagna la violenza domestica è una peculiarità tutta italiana o è riscontrabile anche negli altri Paesi oggetto dell’indagine?E’ presente in tutti i Paesi che abbiamo analizzato. Le ragioni sono culturali, religiose, valoriali. La letteratura scientifica documenta ampiamente il dato anche per altri Paesi come quelli del Nord America. Tra i motivi del silenzio delle donne, oltre al voler proteggere la famiglia vi è anche la paura di rimanere senza partner, nonché la speranza che questo sia pentito della violenza e possa non farne più uso.
La distribuzione geografica della ricerca è casuale o al Sud ci sono più casi di violenza (o più casi di violenza denunciati) in seno alle famiglie?Sono state riscontrate molte difficoltà a raccogliere i verbali, per questo abbiamo accettato quello che è stato fornito senza poter procedere a un campionamento proporzionale per ripartizione geografica.
La persona che esercita violenza è sempre il partner o anche altro parente?In alcuni casi sono altri familiari. Emerge comunque il ciclo ripetitivo della violenza: il carnefice e la vittima sono stati a loro volta oggetto di violenza nella famiglia di origine, dove hanno appreso il ruolo di colui che aggredisce e di colei che subisce sin da piccoli, senza sperimentare un’alternativa valida che rompesse la dinamica.
Le istituzioni hanno coscienza di quanto sia grave e diffuso questo fenomeno?Le istituzioni (polizia, carabinieri, ospedali, scuola, centri anti-violenza, associazioni, parrocchie, vicinato, università) talvolta sono lente, disattente, passive, e come prima reazione in genere si tende a non prestare fiducia a quello che la donna racconta o a sminuirne la portata.
Quali sono i comportamenti violenti perpetrati abitualmente a livello psicologico, sociale, economico, che la maggior parte di noi donne italiane non riconosce come tale?Le violenze verbali e psicologiche sono le prime a comparire e sono anche quelle più nascoste. Infatti solo i referti medici che mostrano la violenza fisica fanno iniziare di fatto l’iter della difesa giuridica della donna. Poi arrivano lo stalking e la privazione economica. La violenza sociale, che emerge chiaramente in tutte le narrazioni delle donne, si manifesta nell’isolamento della famiglia e nella difficoltà dei minori testimoni di violenza a stabilire relazioni con i pari. Il danno al minore, di cui la nostra ricerca Daphne III si è occupata, è ancora tutto da esplorare.
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