Questo blog nasce con l'intento di creare una rete sociale di collaborazione tra gente che pur non conoscendosi lotta, si indigna e protesta per evitare la violenza, la pedofilia. Ognuno può dire la sua.. uniamoci! :) grazie
lunedì 10 settembre 2012
Iran, l’attivismo delle donne finisce dietro le sbarre
Jila Bani Yaghoob, reporter freelance e redattrice capo di Kanoon Zanan Irani,
un sito per la difesa e la promozione dei diritti delle donne, è
rientrata il 2 settembre nel carcere di Evin, nella capitale Teheran,
per scontare una condanna a un anno di detenzione emessa nel giugno
2010 per i reati di “propaganda contro il sistema” e “offesa al presidente”. Al termine della pena, seguiranno 30 anni di interdizione dalla professione giornalistica.
Premio “Coraggio nel giornalismo” dell’International Women’s Media Foundation nel 2009 e premio “Libertà di stampa” di Reporter senza frontiere nel 2010, Jila Bani Yaghoob era stata già processata e assolta tre volte per i medesimi capi d’accusa. Nell’aprile 2011 era stata ulteriormente incriminata per “avere un blog personale senza autorizzazione governativa”.
Nel 2009, poco dopo la contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, Jila Bani Yaghoob era stata arrestata insieme al marito, Bahman Amou’i, anch’egli giornalista. Era stata rilasciata dopo due mesi. Bahman Amou’i sta invece scontando una condanna a cinque anni di carcere per “riunione e collusione con l’intento di danneggiare la sicurezza nazionale”, diffusione di propaganda contro il sistema”, “minaccia alla pubblica sicurezza” e “offesa al presidente”.
Jila Bani Yaghoob va ad aggiungersi ad altre donne in carcere in Iran per reati di opinione. Martedì scorso è entrata nel suo terzo anno di prigionia Nasrin Sotoudeh, avvocata e attivista per i diritti umani. Sta scontando una condanna a sei anni di carcere (ridotta in appello, dopo che in primo grado gliene erano stati inflitti 11) per “atti contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”. Le è stato anche imputato di far parte del Centro per i difensori dei diritti umani, un organismo fondato dal Nobel per la pace Shirin Ebadi, di cui è stretta collaboratrice. Al termine della pena le sarà inibito l’esercizio della professione legale per 10 anni.
Del Centro per i difensori dei diritti umani faceva parte, fino al momento dell’arresto, anche Narges Mohammadi. Nei suoi confronti, stesse accuse e stessa condanna, in primo e secondo grado, di Nasrin Sotoudeh. In carcere, dove è entrata il 21 aprile di quest’anno, le sue condizioni di salute sono peggiorate (dal 2010, quando trascorse un altro periodo in carcere, soffre di paralisi neuromuscolari temporanee), al punto che il 31 luglio le autorità hanno disposto la sua scarcerazione su cauzione per motivi di salute.
Su cauzione è stata rimessa in libertà, all’inizio di luglio, anche Nazanin Khosravani, 35 anni, giornalista che collabora con varie testate riformiste. Era in prigione da marzo. La condanna nei suoi confronti (sei anni per “raduno illegale e cospirazione contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”) rimane in piedi.
Resta in carcere, invece, Mahsa Amrabadi, moglie del reporter Masoud Bastani, a sua volta in prigione, condannata a cinque anni (di cui quattro sospesi con la condizionale) per aver rilasciato interviste e scritto articoli a sostegno del marito e in cui chiedeva il suo rilascio.
Stessa sorte per Bahareh Hedayat, attivista della Scuola di economia dell’Università di Teheran, esponente della campagna “Un milione di firme“ (per l’abolizione delle leggi che discriminano le donne) e dell’organizzazione studentesca Tahkim-e Vahdat. Ha trascorso la maggior parte degli ultimi sei anni in carcere, salvo che per pochi e brevissimi permessi temporanei. Sta scontando una condanna a nove anni e mezzo di carcere per “propaganda contro il sistema”, “interviste concesse a testate straniere”, “offesa alla Guida suprema”, “offesa al presidente”, “disturbo dell’ordine pubblico attraverso la partecipazione a raduni illegali” e “distruzione dell’ingresso e accesso illegale nell’università Amir Kabir”.
Resta poco spazio per elencare altri nomi di prigioniere di coscienza: Fereshteh Shirazi (blogger e attivista della campagna Un milione di firme), Jila Karamzadeh Makvandi (poetessa ed esponente del movimento delle Madri di parco Laleh), Fariba Kamalabadi (esponente della comunità baha’i) e Hengameh Shahidi… Nessuna di loro ha beneficiato dell’amnistia concessa alla fine del mese sacro del Ramadan dalla Guida suprema, l’Ayatollah Khamenei, ad alcune decine di prigionieri politici e di coscienza.
Premio “Coraggio nel giornalismo” dell’International Women’s Media Foundation nel 2009 e premio “Libertà di stampa” di Reporter senza frontiere nel 2010, Jila Bani Yaghoob era stata già processata e assolta tre volte per i medesimi capi d’accusa. Nell’aprile 2011 era stata ulteriormente incriminata per “avere un blog personale senza autorizzazione governativa”.
Nel 2009, poco dopo la contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, Jila Bani Yaghoob era stata arrestata insieme al marito, Bahman Amou’i, anch’egli giornalista. Era stata rilasciata dopo due mesi. Bahman Amou’i sta invece scontando una condanna a cinque anni di carcere per “riunione e collusione con l’intento di danneggiare la sicurezza nazionale”, diffusione di propaganda contro il sistema”, “minaccia alla pubblica sicurezza” e “offesa al presidente”.
Jila Bani Yaghoob va ad aggiungersi ad altre donne in carcere in Iran per reati di opinione. Martedì scorso è entrata nel suo terzo anno di prigionia Nasrin Sotoudeh, avvocata e attivista per i diritti umani. Sta scontando una condanna a sei anni di carcere (ridotta in appello, dopo che in primo grado gliene erano stati inflitti 11) per “atti contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”. Le è stato anche imputato di far parte del Centro per i difensori dei diritti umani, un organismo fondato dal Nobel per la pace Shirin Ebadi, di cui è stretta collaboratrice. Al termine della pena le sarà inibito l’esercizio della professione legale per 10 anni.
Del Centro per i difensori dei diritti umani faceva parte, fino al momento dell’arresto, anche Narges Mohammadi. Nei suoi confronti, stesse accuse e stessa condanna, in primo e secondo grado, di Nasrin Sotoudeh. In carcere, dove è entrata il 21 aprile di quest’anno, le sue condizioni di salute sono peggiorate (dal 2010, quando trascorse un altro periodo in carcere, soffre di paralisi neuromuscolari temporanee), al punto che il 31 luglio le autorità hanno disposto la sua scarcerazione su cauzione per motivi di salute.
Su cauzione è stata rimessa in libertà, all’inizio di luglio, anche Nazanin Khosravani, 35 anni, giornalista che collabora con varie testate riformiste. Era in prigione da marzo. La condanna nei suoi confronti (sei anni per “raduno illegale e cospirazione contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”) rimane in piedi.
Resta in carcere, invece, Mahsa Amrabadi, moglie del reporter Masoud Bastani, a sua volta in prigione, condannata a cinque anni (di cui quattro sospesi con la condizionale) per aver rilasciato interviste e scritto articoli a sostegno del marito e in cui chiedeva il suo rilascio.
Stessa sorte per Bahareh Hedayat, attivista della Scuola di economia dell’Università di Teheran, esponente della campagna “Un milione di firme“ (per l’abolizione delle leggi che discriminano le donne) e dell’organizzazione studentesca Tahkim-e Vahdat. Ha trascorso la maggior parte degli ultimi sei anni in carcere, salvo che per pochi e brevissimi permessi temporanei. Sta scontando una condanna a nove anni e mezzo di carcere per “propaganda contro il sistema”, “interviste concesse a testate straniere”, “offesa alla Guida suprema”, “offesa al presidente”, “disturbo dell’ordine pubblico attraverso la partecipazione a raduni illegali” e “distruzione dell’ingresso e accesso illegale nell’università Amir Kabir”.
Resta poco spazio per elencare altri nomi di prigioniere di coscienza: Fereshteh Shirazi (blogger e attivista della campagna Un milione di firme), Jila Karamzadeh Makvandi (poetessa ed esponente del movimento delle Madri di parco Laleh), Fariba Kamalabadi (esponente della comunità baha’i) e Hengameh Shahidi… Nessuna di loro ha beneficiato dell’amnistia concessa alla fine del mese sacro del Ramadan dalla Guida suprema, l’Ayatollah Khamenei, ad alcune decine di prigionieri politici e di coscienza.
domenica 9 settembre 2012
USA: il pediatra pedofilo Earl Bradley non uscirà mai di prigione. Parola della Corte Suprema
Tutti i ricorsi sono stati respinti, la sentenza è ormai definitiva: Earl Bradley, il pediatra pedofilo condannato a ben 14 ergastoli, non potrà mai tornare in libertà. A stabilirlo ci ha pensato la Corte Suprema dello stato del Delaware, che all’unanimità ha respinto l’ultimo ricorso presentato dall’uomo - relativo a presunte irregolarità nelle perquisizioni dei suoi uffici - ed ha quindi confermato la condanna.
L’uomo, giudicato colpevole di aver abusato sessualmente di almeno 85 bambine, tutte sue pazienti di età compresa tra 1 e 3 anni, dovrà trascorrere il resto della sua vita dietro le sbarre. Massima soddisfazione espressa da Beau Biden, procuratore generale del Delaware:
Earl Bradley non uscirà mai di prigione. Siamo gratificati dalla chiarezza dalla Corte. Il nostro lavoro - occuparci della vittime e delle loro famiglie ed aiutarle a guarire da questo indicibile crimine - non finirà mai.Il ricorso presentato dai legali del pediatra, è necessario precisarlo, non era relativo alla colpevolezza dell’imputato. Che abbia abusato sessualmente delle sua vittime non ci sono dubbi - esistono i filmati da lui registrati ed archiviati nei suoi computer - ma quello che i legali contestavano era la condotta dagli agenti che hanno trovato le prove ed eseguito l’arresto.
Bradley operava in quattro diversi studi e il mandato di perquisizione era relativo soltanto a due di questi e limitato ai file medici dell’uomo. Gli agenti, invece, andarono oltre controllando tutti e quattro gli studi ed eseguendo una ricerca ben più ampia.
In sostanza, sosteneva la difesa dell’uomo, i militari non erano stati autorizzati a controllare i computer di Bradley. Quelle perquisizioni furono di fatto illegali e gli avvocati dell’ex pediatra speravano che questo particolare potesse portare ad un nuovo processo che si sarebbe svolto senza l’ausilio di quei filmati - vere e proprie prove schiaccianti - sequestrati senza seguire le regole.
Il ricorso, però, è stato respinto e la sentenza emessa in precedenza è diventata definitiva.
Uomo uccide la moglie il giorno dopo il matrimonio
La donna è stata ritrovata morta nella vasca da bagno del suo appartamento la mattina seguente, uccisa con una coltellata. A scoprire il corpo sono stati i parenti che, preoccupati perché Carrera non era passata a prendere i figli, non riuscivano a mettersi in contatto con lei. La donna è stata ritrovata con lo stesso vestito da cocktail argentato che indossava il giorno precedente.
L'uomo, che è stato visto per l'ultima volta alla guida di una Maserati sedan del 2006, era già stato accusato nel 2003 di violenza domestica. Jimenez è anche il padre del figlio minore della donna uccisa, che ha 2 anni. Carrera aveva anche una figlia di 9 anni. I due, fra alti e bassi, stavano insieme da circa tre anni.
NONNA PARTORISCE LA NIPOTINA: HA PRESTATO L'UTERO ALLA FIGLIA DOPO IL CANCRO
Il sogno più grande di Emily, 29 anni, di avere una famiglia non si sarebbe mai avverato se l'amore della madre non lo avesse reso possibile. A causa di un tumore alla cervice uterina, scoperto dalla donna proprio alla scoperta di una precedente gravidanza, ha subito un intervento di isterectomia radicale, con la conseguenza di non poter mai più procreare e il dolore di dover rinunciare alla gravidanza in corso per curarsi. Poi nove mesi fa la svolta: mamma Cindy ha offerto il suo utero. «Io e mio marito non eravamo sicuri che ce la potesse fare fisicamente. All’inizio non l’abbiamo presa in considerazione, non ci sembrava realistica una cosa del genere», ha detto Emily, ma poi l'idea di avere finalmente un figlio ha prevalso, anche contro i pregiudizi della gente.
Durante le cure per il cancro i medici avevano salvato alcuni ovuli, poi fecondati con lo sperma di Mike e impiantati nell'utero di nonna Cindy. La gravidanza, nonostante l'età della donna, è andata a buon fine e ne è nata Elle Cynthia.
SARA' LA NOSTRA BATTAGLIA: PENE PER GLI STUPRATORI
Proponiamo
raccolta firme per consentire per legge come PUNIZIONE per questo crimine la CASTRAZIONE Per ogni tipo di stupro (singolo o di gruppo INDIFERENTEMENTE). Anche a fronte del problema dei carceri cioè l'assenza di posti necessari ad ospitare i cirminali.
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Chiudere "Sportello Donna" è un insulto a tutte le donne del Lazio
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